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Introduzione al libro “I King”

di C. Gustav Jung

Se il significato de l’I King (detto anche Libro dei Mutamenti) si potesse afferrare con facilità non ci sarebbe bisogno di un’introduzione, ma ciò è ben lungi dall’esser vero, perché il Libro ha destato il sospetto di essere una collezione di antiche formule magiche e di essere quindi troppo astruso per riuscire intelligibile, o di essere privo di valore.

La sola versione in inglese fino ad oggi disponibile, ha contribuito ben poco a rendere questo libro più accessibile alla mentalità occidentale. Richard Wilhelm (studioso delle opere di Meng Tse e primo traduttore del testo dal cinese in tedesco) si è, comunque, sinceramente sforzato di aprirci una via per la comprensione del simbolismo del testo, che tante volte è per noi così oscuro. Egli si trovò in grado di farlo perché a lui stesso la filosofia e la pratica dell’I King erano state insegnate dal vecchio saggio Lau Nai Suann, e perchè egli aveva inoltre messo in pratica per parecchi anni la particolare tecnica dell’oracolo. Ciò lo rese capace di rivelare un senso del significato del testo più vivido di quanto una traduzione più o meno letterale avrebbe potuto fare. Ho un gran debito di gratitudine verso Wilhelm, sia per il fiotto di luce che ha riversato sul complicato problema dell’I King, che per avere resa perspicua la sua applicazione pratica. Conoscevo l’I King da quasi trent’anni, e mi ero già familiarizzato con esso, quando per la prima volta incontrai Wilhelm poco dopo il millenovecentoventi. Egli mi confermò allora ciò che io già sapevo, e mi insegnò ancora molte altre cose. Non sono un sinologo e non sono mai stato in Cina. Posso assicurare i miei lettori che non è davvero facile trovare un accesso congruo a questo monumento del pensiero cinese, così infinitamente diverso dal nostro modo di pensare. Per capire in generale di che cosa tratti un simile libro è assolutamente imperativo buttare a mare certi pregiudizi della mentalità occidentale. È un fatto curioso che della gente così dotata e intelligente come i cinesi non abbia mai prodotto quella cosa che noi chiamiamo scienza. La nostra scienza, comunque, è basata sulla causalità, e quest’ultima è considerata verità assiomatica. Ciò che la Critica della Ragion Pura di Kant non ha saputo fare, è stato tuttavia compiuto dalla fisica moderna, vale a dire la messa in dubbio dell’assioma della causalità: noi ora sappiamo che tutte le leggi di natura non sono altro che delle verità statistiche, costrette perciò ad ammettere delle eccezioni. Non abbiamo sufficientemente tenuto conto deI fatto che, per dimostrare la validità invariabile delle leggi di natura, abbiamo implicitamente bisogno del laboratorio con le sue incisive restrizioni. Lasciando che la natura faccia da sé scorgiamo un quadro ben differente: ogni processo subisce delle interferenze parziali o totali da parte del caso, e ciò in misura tale che un regolare corso di eventi, rispettoso della legge, forma quasi un’eccezione in circostanze naturali. La mentalità cinese, quale io la vedo all’opera nell’I King, sembra invece preoccuparsi esclusivamente dell’aspetto accidentale degli eventi. Ciò che noi chiamiamo coincidenza sembra essere la cosa della quale questa peculiare mentalità principalmente si interessa, e ciò che noi adoriamo come causalità passa quasi inosservato. Dobbiamo ammettere che qualche cosa si possa dire in favore della immensa importanza del caso. Un importo incalcolabile di sforzo umano è destinato a combattere ed a limitare i danni o i pericoli rappresentati dal caso. Spesso la considerazione causale appare pallida e polverosa in confronto degli effetti pratici del caso. Va benissimo dire che il cristallo di quarzo è un prisma esagonale. Proprio vero — finché si prende di mira un cristallo ideale. Ma in natura non si trovano nemmeno due cristalli esattamente uguali, quantunque siano palesemente esagonali. La loro forma reale tuttavia sembra sollecitare il saggio cinese ben più di quello reale visto che la rappresentazione delle leggi di natura, passata per i più fini setacci che forma la realtà empirica, contiene per lui un significato ben più importante di una spiegazione causale degli eventi i quali inoltre devono di regola essere nettamente separati gli uni dagli altri prima di poter essere trattati appropriatamente. Il modo con cui l’I King è incline a considerare la realtà sembra non veder di buon occhio i nostri procedimenti causalistici. L’istante che sta attualmente sotto osservazione appare all’antica visione cinese più come un colpo di fortuna che come un ben costruito risultato di catene causali concorrenti. L’oggetto che interessa sembra essere la configurazione che gli eventi accidentali formano al momento dell’osservazione, e nulla affatto le ragioni ipotetiche che apparentemente rendono conto della coincidenza. Mentre la mentalità occidentale accuratamente separa, pesa, sceglie, classifica, isola, ecc., l’immagine cinese del momento contiene ogni particolare fino al più minuto assurdo dettaglio, perché l’istante osservato è il totale di tutti gli ingredienti. Accade così che quando succede che si gettino le monete o che si contino i 49 steli di millefoglie, questi dettagli causali entrano nel quadro dell’istante d’osservazione formandone una parte — insignificante per noi eppure colma di significato per la mentalità cinese. Da noi dire che qualunque cosa avvenga in questo momento possiede inevitabilmente la qualità peculiare per quest’ultimo sarebbe un’affermazione banale e quasi senza senso (per lo meno, superficialmente). Questo non è un argomento astratto, anzi è un argomento assai pratico: vi sono certi esperti che dall’aspetto, gusto e comportamento di un vino, sapranno dire il sito della sua vigna ed il suo anno di origine; vi sono degli antiquari che sapranno informarci dell’epoca, della provenienza e dell’artefice di certi oggetti d’arte o d’un pezzo di mobilio con un’accuratezza impressionante, e vi sono persino degli astrologi che sanno dire, senza nessuna previa conoscenza della natività, quale fu la posizione del sole e della luna nonché il segno zodiacale che sorgeva all’orizzonte al momento della nascita di un individuo. Considerando simili fatti bisogna ammettere che degli istanti possono lasciare delle tracce di lunga durata. In altre parole: chiunque sia stato l’inventore dell’I King, era convinto che l’esagramma costruito in un dato momento coincideva con questo anche nella qualità e non soltanto nel tempo. Per lui l’esagramma era l’esponente del momento in cui lo si otteneva, anzi più ancora del misuramento del tempo, in quanto lo si comprendeva come un indicatore della situazione essenziale prevalente al momento della sua origine. Questa assunzione implica un certo strano principio che io ho denominato sincronicità, concetto che formula un punto di vista diametralmente opposto alla causalità. Siccome quest’ultimo è una verità meramente statistica e non assoluta, essa è una specie di ipotesi di lavoro esprimente come gli eventi evolvono l’uno dall’altro, mentre la sincronicità considera la coincidenza degli eventi in spazio e tempo come significatore di qualche cosa di più d’un mero caso, cioè di una peculiare interdipendenza di eventi oggettivi tra di loro, come pure fra essi e le condizioni soggettive (psichiche) dell’osservatore o de­gli osservatori. La mentalità cinese antica contempla l’universo in una maniera paragonabile a quello del fisico moderno, il quale non può negare che il suo modello dell’universo è una struttura decisamente psicofisica. L’evento microfisico include l’osservatore proprio altrettanto quanto la realtà che forma il sostrato dell’I King comprende delle condizioni soggettive, ovverosia psichiche, nella totalità della situazione momentanea. Come la causalità spiega la sequenza degli eventi, nella mentalità cinese la sincronicità spiega la loro coincidenza. Il punto di vista causale ci narra una drammatica storia della maniera in cui D giunse all’esistenza; prese la sua origine da C che era esistito prima di D, e C a sua volta aveva un padre che fu B, ecc. La veduta sincronistica da parte sua invece tenta di produrre un quadro altrettanto significativo della coincidenza: come accade che A, B, C, D ecc. compaiono tutti nel medesimo momento e al medesimo posto? E’ così, perché anzitutto gli eventi fisici A, B, sono della medesima qualità degli eventi psi­chici C e D, e poi perché tutti quanti sono esponenti d’una e della medesima situazione momentanea. La situazione è pre­sunta essere un’immagine leggibile o comprensibile. I 64 esagrammi dell’I King sono ora lo strumento mediante il quale il significato di 64 differenti ma pure presumibilmente tipiche situazioni può essere determinato. Queste interpretazioni sono equivalenti a spiegazioni causali. La connessione causale è statisticamente necessaria e può perciò essere assoggettata all’esperimento. Ma poiché una situazione è unica e non può essere ripetuta, sembra essere impossibile fare degli esperimenti con la sincronicità sotto condizioni ordinarie (i); il solo criterio di validità per l’ultima ipotesi poggia sull’opinione dell’osservatore che il testo degli esagrammi sia equivalente ad una pittura fedele delle sue condizioni psichiche soggettive. Si presume che la caduta delle monete o la divisione del fascio di steli sia proprio quella che in un data ((situazione)) dev’essere, in quanto qualsiasi cosa che avviene in quel momento vi appartiene quale indispensabile parte del quadro. Una manata di fiammiferi gettati al suolo forma il disegno caratteristico di quell’istante. Ma una verità così ovvia come questa rivela la sua significatività soltanto nel caso che sia possibile leggere questi disegni e verificarne l’interpretazione, in parte mediante ciò che l’osservatore conosce della situazione soggettiva ed oggettiva, in parte mediante la conferma apportata dagli eventi susseguenti. Non è evidentemente un procedimento gradito ad una mente critica abituata alla verificazione sperimentale dei fatti o all’evidenza fattiva. Ma per qualcuno che ami gettare uno sguardo sul mondo valendosi dell’angolo di visuale sotto il quale l’antica Cina lo ha scorto, l’I King può presentare qualche attrattiva.

Esperimento di Jung e sua interpretazione

La suesposta argomentazione non è mai venuta in mente, si capisce, a nessun cinese. Al contrario, secondo l’antica tradizione sono degli “agenti spirituali” operanti in modo misterioso quelli che fanno dare una risposta sensata agli steli di millefoglie (essi sono scienn, cioé di carattere spiritico). Queste potenze formano, quasi, l’anima vivente del Libro. Essendo così quest’ultimo una specie di essere animato l’ipotesi presunta dalla tradizione equivale a dire che all’I King si possono sottoporre delle domande ed aspettarsi delle risposte intelligenti. Mi venne così l’idea che potrebbe essere interessante per il lettore impreparato di vedere l’I King all’opera. Ho fatto, a questo scopo, un esperimento rigorosamente concorde con la concezione cinese: personificai in un certo senso il libro, chiedendogli il suo giudizio sulla situazione attuale, cioè sulla mia intenzione di presentarlo alla coscienza occidentale. Quantunque questo modo di procedere rientri completamente nell’ambito mentale della filosofia taoista, esso a noi sembra oltremodo buffo. La stranezza delle allucinazioni dei dementi o le superstizioni primitive non mi hanno mai urtato. Ho sempre tentato di mantenere la mia mente rettilinea e curiosa, — rerum novarum cupidus. Perché non tentare un piccolo dialogo col libro d’un antico stregone, che avanza la pretesa di essere animato? Non può far male a nessuno, ed ai miei lettori è fornita una buona occasione ‘per assistere ad un procedimento psicologico sempre ripetuto per tutti i millenni della civiltà cinese, il quale per un Kung Fù Tsè e per un Lao Tsè rappresentò da un lato la massima autorità spirituale e dall’altro il rompicapo filosofico. Feci uso del metodo delle monete, e la risposta che ottenni fu l’esagramma N.° 50, Ting, il Crogiuolo. In corrispondenza alla maniera con cui avevo formulato la mia domanda bisogna interpretare il testo come se l’I King stesso fosse la persona che parla. In questo caso esso descrive se stesso come crogiuolo, il ricettacolo rituale che contiene cibo cotto. Qui il cibo va inteso come “nutrimento spirituale”. Wilhelm dice: “Come utensile di cultura raffinata il crogiuolo suggerisce la cura e l’alimentazione di uomini capaci, cosa che ridondava poi a vantaggio del governo”. “Diventa dunque qui manifesto come la cultura abbia il suo culmine nella religione. Il crogiuolo serviva per sacrificare a Dio”. “La più eccelsa rilevazione di Dio sta nei profeti e nei santi. La loro venerazione è la vera venerazione di Dio. La volontà divina da loro rivelata deve essere accettata con umiltà, ecc.”. Attenendoci all’ipotesi cinese dobbiamo concludere che l’I King ora dà testimonianza di se stesso. Quando certe linee di un dato esagramma hanno il valore di 6 o 9, ciò significa che esse sono di esclusivo rilievo, e quindi di importanza decisiva per l’interpretazione (i). (v. la spiegazione del metodo nel testo di Wilhelm, p.58 e segg,). Nel nostro esagramma gli “agenti spirituali” hanno accettato le linee al secondo e terzo posto, cioé entrambe con un nove. Il testo dice: “Nove al secondo posto significa: Nel crogiuolo vi è cibo. I miei compagni hanno invidia, Ma essi non possono farmi nulla. Salute!”. L’I King dice dunque di se stesso: “Io contengo del nutrimento (spirituale)”. Siccome il possesso di ciò che è grande suscita sempre invidia, il coro degli invidi (per esempio, gli invidi (invidiosi) sono una figura retorica che ricorre costantemente nei vecchi libri latini di alchimia, specialmente nella Turba Philosoforum , secolo XI o XII) fa parte del quadro. Gli invidiosi intendono depredare l’I King del suo grande possesso, cioè tentano di privarlo di significato. Ma la loro inimicizia è vana. La sua dovizia di significato è assicurata, ovverosia esso è convinto del suo operare positivo che nessuno può mai sottrargli. Il testo continua “Nove al terzo posto significa: Il manico del crogiuolo è alterato. Si è impediti nel progredire. Il grasso del fagiano non viene mangiato. Quando poi cade la pioggia, allora il pentimento si esaurisce. Finalmente viene salute”.

Il manico (in tedesco Grifl) è la parte per la quale il crogiuolo può essere afferrato (gegriffen). Significa dunque il concetto (Begriff) (dal latino concipere: prendere assieme, per esempio in un recipiente. Concipere da capere: prendere, afferrare) in cui si tiene l’I King (il crogiuolo). Nel corso dei tempi questo concetto è apparentemente mutato così che oggi noi non possiamo più afferrare (begreifen) l’I King. Dunque « si è impediti nel progredire. Non siamo più sostenuti dal saggio consiglio e dalla profonda intelligenza dell’oracolo; perciò noi non troviamo più la strada attraverso gli intricati meandri della sorte ed attraverso le oscurità della nostra propria natura. Il grasso del fagiano, parte migliore e più ricca, cioè, d’una buona portata, non viene più mangiato. Ma quando la pioggia cade finalmente di nuovo sulla terra assetata, cioè quando questa condizione di indigenza è stata superata, il “pentimento”, cioè il dolore per la perdita della saggezza, è finito, e viene poi l’opportunità lungamente attesa. Wilhelm commenta: “È disegnato qui un uomo il quale in tempi di alta cultura si trova in una posizione dove nessuno gli bada né lo riconosce. Questo è un grave ostacolo per il suo operato”. L’I King si rammarica, per così dire, che le sue eccellenti qualità non siano riconosciute e che perciò esso rimanga come un terreno incolto. Si conforta con la speranza di essere in procinto di ottenere riconoscimento.La risposta che queste due linee salienti danno alla questione da me posta all’I King non richiede una interpretazione particolarmente sottile, non richiede né artifizi, né una sapienza fuori dell’ordinario. Chiunque abbia un po’ di buon senso può comprendere il significato della risposta; è la risposta di qualcuno che ha una buona opinione di sé, ma il cui valore non é riconosciuto generalmente, anzi non è nemmeno noto. Il soggetto che risponde ha un interessante concetto di se stesso: guarda a sé come ad un vaso in cui le offerte sacrificali vengono recate agli dei, cibo rituale per il loro nutrimento. Intende se stesso come un utensile cultuale che serve a fornire di nutrimento spirituale le essenze o forze inconsce “agenti spirituali”, proiettate come dei; in altre parole, a dare a queste forze l’attenzione di cui hanno bisogno per poter esercitare la loro funzione nella vita dell’individuo. E’ questo difatti il senso originale della parola religio: tenere i numi divini in riguardosa considerazione (da religere (questa é l’etimologia classica. La derivazione di religio da religere, legare a qualcosa, trasse la sua origine dai Padri della Chiesa). Il metodo dell’I King tiene infatti conto delle qualità nascoste individuali delle cose e degli uomini come pure della persona­lità inconscia di ognuno. Io chiesi all’I King, come si usa chie­dere a qualcuno, all’atto di presentarlo a degli amici, se lo gra­disca o no. In risposta l’I King mi parla del suo significato religioso, del fatto che al presente esso è ignoto e mal giudicato, della sua speranza di essere reintegrato ad un posto d’onore quest’ultima cosa evidentemente con una occhiata alla mia prefazione non ancora scritta (feci questo esperimento prima di scrivere effettivamente questa prefazione), e anzitutto alla traduzione inglese. Ha tutto l’aspetto di una reazione perfettamente comprensibile, quale la si aspetterebbe anche da un essere umano che si trovasse in una situazione simile. Ma come è avvenuta questa reazione? Come poteva l’I King rispondere in una maniera così umana e naturale? Perché io lanciai in aria tre piccole monete lasciandole cadere, rotolare e fermarsi, alcune ‘”testa” altre “croce”. Questo strambo fatto, che una reazione che sembra sensata sorga da una tecnica che esclude ogni senso fin dalla partenza, è la ragione per cui l’I King è creduto animato. Mi sono fatto dire da sinologi e da notevoli studiosi cinesi che l’I King è una collezione in disuso di “formule magiche”. Nel corso dì queste conversazioni il mio interlocutore ammise talvolta di aver consultato l’oracolo attraverso un indovino, di solito un sacerdote taoista; non poteva quindi naturalmente trattarsi d’altro che d’una assurdità. Ma era strano davvero che la risposta ottenuta si attagliava apparentemente molto ma molto bene alla macula cieca del suo occhio.Convengo con l’intera mentalità occidentale, che alla mia domanda sarebbero state possibili moltissime risposte, e non posso certamente asserire che un’altra risposta non sarebbe stata altrettanto significativa. Tuttavia, la risposta ottenuta fu la prima e la sola, e noi non sappiamo nulla a proposito di altre risposte possibili, visto che non ve ne possono essere altre.