… pensavo fosse necessario invece tentare di rendere unici gli esagrammi così che ciascuno avesse la propria caratteristica e portasse con sé una sua specifica vibrazione. Così nacque la prima bozza per quello che sarebbe divenuto il sestetto d’archi. Si osservino il primo e il secondo esagramma e li si pensi come la sovrapposizione di sei note: nel primo caso tutte e sei stanno ferme per l’intera durata della battuta; nel secondo stanno ferme per un valore inferiore alla metà della battuta e poi, dopo un silenzio, ripetono la stessa cosa ma con note diverse. Si applichi ora lo stesso procedimento a tutti gli altri 62 segni rimanenti.
I sei suoni non sono stati scelti a caso ma corrispondono ai primi tre armonici sovrapposti (suono fondamentale, suono a distanza di ottava e suono a distanza di quinta) sia per il trigramma inferiore sia per quello superiore. È la combinazione più pura e geometricamente perfetta che si possa immaginare: non ci sono tensioni né ambiguità modali e la scelta degli archi per l’esecuzione mi è parsa come una obbligata conseguenza logica perché la corda, sia essa pizzicata, strofinata o percossa, è ciò che più si avvicina all’idea di vibrazione e quindi di moto. Anche senza conoscere la musica si può intuire il semplice meccanismo di generazione degli esagrammi/accordi guardando questa immagine:
