Lo scopo dell’Yi Jing non è di predire il futuro, ciò che verrà, ma di aiutare a comprendere la realtà presente.

In occasione del seminario “Yi Jing – La questione del Centro”, svoltosi presso il rifugio Willy Jervis in Piemonte e organizzato da Liliana Maria Grill e Luisella Festa, abbiamo avuto il piacere di intervistare i due docenti francesi: Elisabeth Rochat de la Vallée, sinologa di fama mondiale, e Pierre Faure, esperto di Yi Jing, consulente e didatta.



Raccontatevi brevemente…

E.R.V.: Mi chiamo Elisabeth Rochat de la Vallée, ho più di 60 anni e da oltre 40 mi interesso alla cultura, alla lingua e al pensiero classico cinese, riferendomi in particolare al periodo che va da alcuni secoli prima ad alcuni secoli dopo Cristo; studio inoltre i testi di quel periodo che costituiscono i fondamenti della Medicina Tradizionale Cinese e la medicina stessa che ne deriva; mi interessa il modo in cui nei testi classici viene spiegata la vita ed il suo funzionamento.

Ho avuto la possibilità di studiare e lavorare con il dott. Jean Schatz per la MTC e con il padre Claude Larre per la lingua cinese classica. Ed ho avuto ancor più fortuna nel poter vivere, operare e condividere ciò che per me è un’apertura verso una conoscenza più profonda ed un maggiore radicamento nella realtà.

P.F.: Mi chiamo Pierre Faure, ho incontrato l’Yi Jing poco meno di 40 anni fa e posso dire che è diventato un compagno della mia vita. Mi ha condotto allo studio del cinese e devo ringraziare Elisabeth per il suo insegnamento sugli ideogrammi e sulla lingua classica, che mi è stato utile per approfondire il testo.

Quando e come vi siete conosciuti?

E.R.V.: Vent’anni fa in “territorio neutro”, in Svizzera, ad un corso che tenevo insieme con padre Larre.

P.F.: Sì, e poi per un po’ ci siamo incrociati in alcune occasioni, finché ho iniziato a seguire le sue lezioni sullo studio dei caratteri cinesi. Tre anni fa abbiamo incominciato a lavorare insieme ad un corso sul Grande Commentario (Da Zhuan); allo stage che ne è risultato, in Francia, hanno partecipato Liliana, e Luisella che ci hanno subito organizzato un corso di Yi Jing in Italia.

Come avete conosciuto l’Yi Jing?

P.F.: Per caso, nel 1972. Era un periodo in cui avevamo poco altro “nutrimento”, io ero in rottura con la famiglia e con la religione e la tradizione occidentale. Mi trovavo in Anjou, una regione della Loira, e in un bel pomeriggio d’estate mi capitò di imbattermi in un gruppetto di persone che stavano sedute all’ombra di un albero frondoso, con una copia della classica versione di Wilhelm aperta davanti a loro; ne fui immediatamente colpito e al ritorno a Parigi corsi a comprarlo in libreria. Il linguaggio mi affascinava e mi parlava; lo lessi tre volte di seguito prima di azzardarmi a fare un lancio… Il primo esagramma che ottenni fu il numero 20, quello che ora chiamo lo Sguardo. In quel periodo vivevo “on the road”, ho girato tutta l’Europa scrivendo poesie e camminando a piedi lungo le strade.

E.R.V.: Studiavo lettere classiche all’università, approfondendo il greco antico, l’etrusco, l’ebraico e la filosofia. Poco prima del termine del dottorato incontrai padre Larre; egli mi diede tre lezioni sui radicali, poi mi diede in mano il Laozi e il Zhuangzi e mi disse di studiarli. Fu un “tuffo senza paracadute” e mi immersi totalmente nello studio della lingua… Quell’estate avrei dovuto terminare la mia tesi di dottorato: il lavoro di ricerca (cioè la parte interessante) l’avevo già completato, mi mancava soltanto la redazione; ma padre Larre mi aveva invitata in Cina, per cui ero combattuta. L’idea di andare in Cina a studiare il cinese moderno mi piaceva, perché ritenevo che fosse stupido studiare una lingua viva all’università. Non consultai l’Yi Jing, ma decisi che se mi fossi rotta una gamba entro settembre sarei rimasta in Francia a concludere la tesi, altrimenti sarei partita; la gamba non si ruppe e seguii padre Larre a Taiwan: sarebbe stato impossibile soggiornare nella Cina della Rivoluzione Culturale.

Tornai in Francia nel 1975. Padre Larre aveva fondato l’Istituto Ricci a Parigi e là iniziai un’intensa collaborazione con lui, che sarebbe durata 30 anni. Parallelamente, fondai con il dott. Schatz la Scuola Europea di Agopuntura e mi dedicai allo studio dei testi classici di MTC e dei pilastri del pensiero filosofico cinese, due ambiti che si integrano e si completano mirabilmente.

Sentii parlare dell’Yi Jing per la prima volta all’inizio degli anni ‘70: era uno dei classici che non avevo ancora studiato, nonostante la sua onnipresenza in ogni campo della cultura cinese. La prima persona che me lo fece vedere sotto un’altra luce fu Alice Fano intorno al 1975, me ne parlò in un modo nuovo e mi fece il mio primo lancio.

P.F.: Anch’io conoscevo già Alice, è una donna straordinaria; in Francia aveva partecipato alla Resistenza insieme con Albert Camus, poi aveva vissuto a Shanghai, dunque conosceva molto bene il cinese, ed era appassionata dell’Yi Jing. È tuttora vivente.

E.R.V.: Non ho mai intrapreso una traduzione del Libro dei Mutamenti, pur avendo tradotto molti altri testi classici. Ho invece lavorato molto sulle Dieci Ali, in particolare sul Grande Commentario, perché in esso l’Yi Jing è utilizzato come uno strumento di visione cosmologica e questo corrisponde al mio campo di ricerca; bisogna considerare che, nel nostro settore, uscire dal proprio campo di specializzazione è molto rischioso e anche a un grande sinologo può capitare di commettere gravi errori quando si avventura in argomenti che esulano dalle proprie competenze specialistiche. È un problema di contestualizzazione: anche da noi una parola può avere significati diversi, tuttavia riusciamo a comprenderci perché il contesto culturale è a noi comune e familiare.

A proposito… è più difficile il cinese o l’etrusco?

E.R.V.: Beh, il cinese… per il semplice fatto che non c’è più nessuno che parli l’etrusco!

Qual è il vostro rapporto personale con l’Yi Jing?

E.R.V.: È un rapporto soprattutto letterario e filosofico. Lo consulto soltanto occasionalmente, ma ciò non significa che io non consigli caldamente di farlo, meglio se aiutati da un consulente di fiducia, come Pierre per esempio.

P.F.: Io ho una relazione intima con il Libro perché ha illuminato varie decisioni importanti della mia vita. Per me l’Yi Jing è soprattutto una pratica e penso che anche senza alcuna conoscenza del cinese si possa davvero riuscire a chiarire aspetti importanti della propria esistenza.

Mi interesso molto agli aspetti della psicopatologia della vita e penso che, malgrado la differenza culturale, l’Yi Jing possa essere perfettamente integrato alle pratiche occidentali come strumento d’aiuto; il problema è che in Occidente non lo conosciamo bene… ma questa è un’altra storia.

Vorrei dire invece che l’Yi Jing ha ormai anche una sua storia occidentale: a partire dal lavoro di Jung, abbiamo assistito allo svilupparsi di una vera e propria tradizione occidentale che è viva e che non è quella dei cinesi. D’altra parte, dopo la Rivoluzione Culturale gli occidentali hanno svolto un ruolo importante (e poco riconosciuto) nella salvaguardia della tradizione cinese.

Tuttavia, ci sembra che non ci siano molti psicanalisti che lavorano con l’Yi Jing, nemmeno tra gli junghiani…

P.F.: Il problema degli junghiani è che utilizzano esclusivamente la versione di Wilhelm, spesso prendendola come il Vangelo… Wilhelm ha una visione dell’Yi Jing che risente del colonialismo e di altri aspetti culturali della sua epoca, e purtroppo questo a volte si manifesta anche nelle scelte che opera nella traduzione.

Che cosa ha da dire l’Yi Jing all’uomo moderno?

P.F.: Specialmente in Occidente, l’Yi Jing porta una visione dinamica del mondo. Per i cinesi ciò che esiste in prima istanza è il qi, e quindi il cambiamento, mentre noi occidentali poniamo prima la realtà statica e pensiamo il cambiamento come rapporto tra due situazioni statiche.

E.R.V.: Nel mondo cinese le grandi visioni evocano il movimento: la Via(dao) è un movimento; nel carattere tradotto in genere con “virtù” (de) è contenuta l’idea del camminare; il vocabolo che identifica i cinque “elementi” (xing) significa più propriamente “movimento” o “attività”, e così via.

P.F.: C’è un’idea di evoluzione permanente.

E.R.V.: E questo si integra in un pensiero che è innanzitutto evoluzione (nel senso cinese, che non è necessariamente il nostro). L’Yi Jing insegna all’uomo moderno a trovare la posizione giusta qualunque sia il cambiamento, gli insegna a cambiare se stesso non in funzione di un atto di volontà, ma attraverso la comprensione della realtà; e questo non significa che egli non debba avere perseveranza in un adattamento che lo porta ad essere sempre di più se stesso. Questa è una differenza rispetto al pensiero occidentale moderno.

P.F.: Sempre a livello di evoluzione personale, l’Yi Jing insegna a staccarsi da una percezione limitata della propria personalità. In questo senso si inserisce nel lavoro di Jung: il suo utilizzo permette di passare dall’Io al Sé, di staccarsi dalla visione dell’Ego imparando a vedere la propria realtà in una percezione allargata.

Chi è oggi l’ “uomo nobile”?

P.F.: Se lo adattiamo all’Occidente, è chi impara ad avere la posizione giusta in ogni situazione e la usa per proseguire sulla via della propria evoluzione. Ci sono vari personaggi definiti come jun zi, oltre all’ “uomo nobile” confuciano, ma ci sono anche altri personaggi (come il “grande uomo”, da ren) che costituiscono ulteriori modelli da integrare nel proprio comportamento.

Qual è il ruolo delle medicine alternative oggi?

E.R.V.: Mi limito a rispondere per quanto riguarda la Medicina Tradizionale Cinese. Più che un’alternativa, è una medicina che pretende di curare e di capire tutto, esattamente come la medicina occidentale, e proprio come quella occidentale ha i suoi punti forti e i suoi punti deboli. È un errore considerarla una cosa a cui ricorrere quando la medicina occidentale fallisce, né tanto meno una sorta di palliativo o una forma di medicina leggera per disturbi non troppo gravi.

La Medicina Tradizionale Cinese ha una visione dell’uomo, del funzionamento della vita nell’uomo e una comprensione della normalità dei suoi comportamenti analoga al funzionamento della vita al di fuori del corpo umano nel mondo naturale. È la capacità di percepire i disordini e le disfunzioni, di riconoscere le cause e le origini e di sapere come intervenire per ristabilire un ordine migliore e dare a chi è malato l’occasione di guarire. È una visione integrale e completa dell’essere umano nel corpo, nella psiche, nella mente, nei suoi vari livelli che sono tutti soggetti agli stessi movimenti dei “soffi” (qi).

Che cosa manca maggiormente nella modernità?

P.F.: L’esigenza principale consiste nel trovare nuove forme rituali, perché i riti sono indispensabili alla vita sociale e collettiva. I riti antichi si sono trasformati in dogmi inutilizzabili: o riusciamo a farli rivivere, oppure dobbiamo trovare nuovi rituali.

E.R.V.: Il problema è sapere se i nuovi rituali sono vuoti oppure adempiono la loro funzione. Ogni rito può degenerare, subire perversioni… Quando giudichiamo i riti del mondo moderno (pensiamo per esempio alla discoteca, allo stadio e così via) dobbiamo valutarne il risultato e chiederci se essi possono diventare un riferimento, segnare un passaggio. Non ha senso parlare di mutamenti se non disponiamo dei gesti che consentono di ritualizzarli.

P.F.: Nel mondo moderno occidentale il carattere chiuso delle definizioni non lascia libertà lala coscienza. Occorre lasciare del posto a cose che non controlliamo, vivere la libertà del caso; il rito è l’occasione di uno sfogo controllato, ma soltanto a condizione che consenta l’integrazione.

E.R.V.: Tutto questo non è troppo lontano, in fondo, da quello che diceva Henri Bergson: “abbiamo bisogno di un supplemento d’anima”.

Qual è la vostra citazione preferita dell’Yi Jing?

E.R.V.: Mi piace molto l’espressione “propizia è la perseveranza della giumenta1”, perché penso che anche la giumenta qualche volta possa scalciare…

P.F.: Una frase tratta da un commentario al primo esagramma, relativo alla linea in cui si dice che il drago vola in pieno cielo: “Quando egli anticipa il cielo, il cielo non lo contraddice, quando segue il cielo, egli si conforma ai tempi del cielo2”. Pensare che a volte l’uomo può addirittura anticipare il cielo mi conforta e mi dà speranza!

Per finire, un consiglio a chi si vuole avvicinare all’Yi Jing…

P.F.: Riporto una frase di padre Larre: “devinez votre présent”. (Un gioco di parole che può significare “indovinate il vostro presente” ma anche “divinate il vostro presente”, N.d.T.)

E.R.V.: Ricordate che lo scopo dell’Yi Jing non è di predire il futuro, ciò che verrà, ma di aiutare a comprendere la realtà presente.

Intervista realizzata da Valter Vico e Tiziano Mattei, con la collaborazione di Liliana Maria Grill


Leggi gli articoli di Pierre Faure pubblicati su questa rubrica

Leggi gli articoli di Elisabeth Rochat de la Vallée pubblicati su questa rubrica

NOTE

1 Esagramma n. 2 (Kun), Sentenza

2 Wen Yan (VII ala), commentario all’esagramma n. 1 (Qian), sezione quarta, commento relativo al nove al quinto posto.